Il lezzo pratico dell’Accademia

Tra le tante scelte fatte dagli uomini la peggiore è l’autoconvincimento.
Eppure ci sono poeti (almeno uno), ci sono narratori (almeno uno), ci sono registi (almeno uno) … ci sono, ci sono stati. E sono sempre lontani dall’insegna luminosa che sbatte in faccia al prossimo la dichiarazione di autenticità.
Un tempo, con scetticismo certo, e romanticismo certo, credevo, passeggiando per un ex-monastero prestato a facoltà di lettere, che qualcuno, anche solo per osmosi con le pietre, smettesse di essere se stesso. Finisse con l’essere un intellettuale. Intus legere. Ma non ce ne sono. Nemmeno a cacciarti a forza buona fede in petto ne trovi.
Tutti impastoiati nel pratico. Tutti compromessi. Tutti irrimediabilmente attivi artefici del loro degrado.
Nessuno escluso.
Eppure l’insegna batte dove il dente duole. Un neon orribile. Volgare. Borioso. Lettere. Professori.
Dichiarazione di autenticità. Autoconvincimento.
E lo dicono e dichiarano ovunque. Pure nei libri non libri. Raccolte di “pensierini” che vendono a peso d’oro. Opinione colata dal vertice della intellighenzia. Scolo. Come quello di sugo e saliva appena all’angolo della bocca.
Un tovagliolo per pulire non basta. La sozzura è un costume. L’autoconvincimento pure. Di essere liberi. Di essere diversi. Di essere intellettuali (intus legere!). Insofferenti, si dicono, all’accademia. Si dicono: lo dicono a se stessi. Lo ripetono con la dedizione della menzogna. Con l’insolenza della posizione.
Il compromesso. Almeno uno senza compromessi, extra omnia. Per intus legere. Ma si chiamava Pier Paolo e da vivo nessuno lo amava.
Oggi fanno la gara a metterselo in bocca. Citarlo che è come divorarlo. Un pompino estenuante di sciocchezze. Sugo e saliva.
Non che i fervori più elevati non possano convivere con vite ordinarie. La vita ordinaria è rivoluzionaria. La vita ordinaria è una conquista. Da pacificare nel cuore. Ma nessuna tormentata rivelazione, nessuna pensosa conflittualità, nessuno interrogativo tragico o brillante si associa al compromesso, alla stanza del potere, alla maschera prismatica della politica.
Io non vedo intellettuali. Vedo solo politici. Proprio là dove sbatte il neon. Alcuni lo leggono e ne sono rassicurati. E non badano allo scolo. Ma lo scolo c’è. E puzza.
Il rivolo contaminatorio delle scelte.
Se la cultura odierna è irresoluta (come cosiddetta “letteratura”, fabbricata all’ombra del palazzo) è solo colpa di quel neon. Dell’ombra che stende su tutti gli altri. Scientemente. Come un vizio.
E l’odore schifoso della spazzatura, in cattedra.

di Sebastiano Luca Tata