Ricordando Chiara Palazzolo e la sua “casa della festa”

È difficile affrontare un libro complesso come “La casa della festa” in poco spazio, ancor di più se l’autore che lo ha scritto ha subito la ventura di essere etichettato in un genere. Il genere in questione è l’horror e mai genere fu più tradito da scrittori, cineasti e persino dai loro lettori/spettatori.

Cosa vuol dire tradire l’horror? Alcuni di voi non si saranno posti il problema, semplicemente perché non avranno pensato a Polanskij come ad un regista di genere, o perché avranno trovato Gregor Samsa solo un’ottima pagina di letteratura tedesca, o perché, entrando in libreria, avranno evitato la “spazzatura” ospitata in quel settore (sbirciando certe vampiriche serie adolescenziali moderne, come dargli torto!). Eppure chi tradisce l’horror continua ancora – spesso suo malgrado (leggi Shirley Jackson) – ad essere etichettato, contribuendo non solo a rinnovare il genere, ma forse persino ad abbattere il muro delle divisioni imprimendo forma e contenuto al nuovo horror (quello le cui pagine non hanno bisogno di essere colorate di rosso).

“La casa della festa”, il primo libro della scrittrice recentemente scomparsa Chiara Palazzolo, ha immaginato quel nuovo horror. Suo malgrado, intendiamoci. Peccato che il libro, edito da Marsilio nel 2000, sia adesso pressoché introvabile. La Palazzolo aveva scritto la sua storia come un ricamo, girando intorno ai personaggi, e vorticando intorno ad una casa, senza mai uscirne. Perché la casa è la mente. E nella mente la borghesia squallida e fragile immaginata dalla Palazzolo, somiglia ad un’ansia, quella di chi uscendo dalla provincia tollera a mala pena il degrado culturale del cosiddetto ceto abbiente e trema al pensiero di omologarsi ad esso. Un’abile prova di esorcismo e assieme una critica serrata alla affettata regia del mondo culturale, dei salotti, delle accademie. E della efferata violenza sociale che da essa emana. Forse allora non a caso piace parlare della Palazzolo come di una scrittrice di libri horror, perché questa etichetta, se non altro, la salvaguarda dagli occhi istruiti e ciechi di chi ancora dedica un paio di pagine a Dino Buzzati o a Tommaso Landolfi nel suo manuale di letteratura (siate caritatevoli, non fatemi fare nomi), perché crede solo in una Italia neorealista, nella migliore delle ipotesi, o, nella peggiore, in una Italia neoclassica. Sono gli stessi critici che soffrono la parola surreale come antitesi alla parola reale, e forse erano assenti quando spiegarono a scuola l’etimologia di meta-fisica.

La casa della festa è davvero un libro surreale, a tal punto che non fa altro che dire di res. È una res, un merletto, fatale però, come il ricamo esposto in certe cappelle del cimitero della mia e sua (di Chiara) terra. E mentre raffigura una società falsa e imbellettata la imprigiona, la annienta, la fagocita, la possiede. Infine la comprende, perché nella debolezza di Dana, la protagonista, si trova la debolezza di qualunque donna si ritrovi ad amare ciò che non deve per l’insopportabile assenza di amore cui è relegata non dal fato ma dalla legge non scritta dello Stato maschio e padrone.

È la stessa assenza di amore che insemina l’inguaribile desiderio del fratello Enrico, insoddisfatto per sempre, persino nell’incesto. Lo stato maschio e padrone cui appartiene è per lui una maschera sotto alla quale si cela la sola comprensione possibile, il ritorno impraticabile, pascoliano, al nido, con Dana, unica donna da amare.

Non stupisce in tale contesto che il locus amoenus di Dana sia un eccezionale superattico, escrescenza dell’inconscio, dove le piante crescono nel caos, e vengono nutrite dalla devota attenzione della protagonista. È lì che Dana può comprendere se stessa, addomesticare il suo dolore, “suicidare” il marito e perdonarsi.

In questo romanzo da camera, intimo come un atto unico di teatro, non c’è  scampo e non c’è tempo. Tutto si consuma come nel merletto ricamato dalla scaltra voce narrante, in una circolarità tragica. Si ha quasi l’impressione di vederlo quel merletto. Si ha quasi l’impressione, raddrizzando le prospettive, giocando coi piani inclinati, di poter finalmente vedere con altri occhi. Ma nessuna anamorfosi ha destabilizzato la nostra profondità. Il ritmo percussivo che ci ha stretto i nervi era attinto direttamente dalle nostre vene, la Palazzolo ha solo aperto il varco, la crepa, quella che ci garantirà di passare la notte, di non impazzire questa come innumerevoli altre volte; una crepa che non necessita di etichette.

 

di Sebastiano Luca Tata

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