Un punto di vista su omofobia, Cirinnà e violenze quotidiane

Forse la mia è un’utopia o una troppo ingenua visione della realtà. Ho sempre pensato che gli uomini appartengano tutti alla medesima catena sociale (scomodiamo Leopardi) e che perciò, quando si parla di diritti, non ci si riferisca a questo o a quel paese, a questa o a quella religione, a questo o a quel partito, ma all’intera umanità, transreligiosa, transpartitica, transnazionale. Una social catena, appunto.

Penso, dunque, che fatti accaduti in Tunisia, dall’altro lato del Mediterraneo, abbiano a che fare con noi, e interferiscano e interagiscano con le nostre vite, tanto quanto le decisioni prese dentro casa nostra. Questo, è bene ricordarlo, non solamente quando esplodono bombe o si esporta terrorismo.

Ma qui non si parla di attentatori suicidi, bensì di diritti umani, la cui violazione raramente occupa le prime pagine dei giornali. Eppure la partita della civiltà, che tanto invocano nei salotti radical-chic della tv, si vince proprio su questi temi che sono, a parole lo sappiamo bene, universali.

A Kairouan alcuni ragazzi vengono arrestati lo scorso Dicembre perché il custode dell’appartamento dove abitano li trova “strani”. A quanto pare in un paese dove l’omosessualità è un reato essere “strani” è abbastanza perché le forze dell’ordine si allertino e prendano provvedimenti. Seguono l’arresto, le violenze e le torture, non solo psicologiche. Un ragazzo “strano” e i suoi amici “strani” non valgono abbastanza pubblico per le “arene” televisive o per le morali gramelliniane. In Italia si legge poco di loro. Si discute poco. Del resto la differenza la si faceva già con gli attentati a sfondo religioso: ci sono morti di serie A e morti di serie B da noi; perché non torturati di serie A e torturati di serie B?

La social catena mostra delle falle. Ma la morsa di un’altra catena, quella dell’oppressione, del razzismo, dell’odio omofobico, quella pare stringere con fatale intendimento e gode di ottima salute. E di catena si tratta, pensateci bene. Rifletteteci anche quando vi godete la discussione televisiva sui diritti degli “altri”, quando invocate le famiglie disconoscendo l’amore di quelle diverse dalle vostre, quando vi preparate a sabotare, a non votare, criticare il Cirinnà, quando stabilite aprioristicamente che l’amore che date voi ai vostri figli è migliore e più sano di quello che darebbero altri. In quell’affanno ad avere fiato e opinione su questioni che non avete nemmeno lontanamente sentito sulla pelle, quando parlate di oppressione senza sapere cosa significhi davvero sentirsi oppressi, ricordatevi che siete complici di quei torturatori tunisini come degli oppressori omofobi di ogni angolo del pianeta. Non giudico voi meno colpevoli: il vostro odio dissimulato di pareri e la vostra ignoranza disinibita sono parte di quella catena. La vostra ostilità ai diritti, i vostri dubbi moralistici sono parte di quella catena. Le vostre manifestazioni apparentemente pacifiche e tolleranti sono parte di quella catena. Per questo io non riesco ad assolvervi. E vi condanno non solo per la vostra stupidità, ma per le vostre mani piene di sangue.

“Our lives are not our own. From womb to tomb, we are bound to others. Past and Present. And by each crime, and every kindness, we birth our future.” (da Cloud Atlas, scritto e diretto da Lana e Andy Wachowski)

di Sebastiano Luca Tata

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