Elsa Morante. Una presentazione a Catania

Quella che segue è la mia personale e discutibile cronaca della presentazione, svoltasi venerdì scorso a Catania, nel Refettorio Piccolo della Biblioteca Civica Ursino e Recupero, del volume La fiaba estrema. Elsa Morante tra vita e scrittura: interventi di Goffredo Fofi, Antonio Di Grado e dell’autrice, Graziella Bernabò, coordinati da Massimo Maugeri. Noterete lacune e impennate sentimentalistiche, e di questo mi scuso (ma fino a un certo punto).

La tavola rotonda sul libro della Bernabò, uscito nel 2012, è stata soprattutto pretesto e occasione più che unica per parlare (e parlarne a Catania) di Elsa Morante, scrittrice ingiustamente sottovalutata e ingabbiata in categorie critiche che troppo facilmente l’hanno liquidata, fino quasi a farcene dimenticare. Fino a ora. Fino a che la Bernabò non ha cominciato a lavorare al suo libro su Elsa. Per rimettere le cose a posto, anche, e per combattere e stravolgere quella critica miope e mortificante.

A partire dal titolo scelto per il suo libro, che rispecchia una direzione metodologica chiara e fino a ora inesplorata dalla critica: ovvero la necessità di analizzare a un tempo l’opera e la vita di Elsa Morante, perché indissolubilmente legate e intrecciate. A dimostrazione che, come si coglie dai documenti lasciati dalla stessa scrittrice, la scrittura era per lei una questione di vita e la questione della vita.

Ed è proprio un fatto privato a determinare in lei un cambiamento di poetica nella metà degli anni Sessanta  ‒ la morte di Bill Morrow, giovane americano a cui la Morante era legata sentimentalmente ‒ e a determinare la sua personale discesa agli inferi, da cui Elsa riemerge, dopo, con uno spirito ferito ma rinnovato nell’intento di assumere su di sé il dolore di tutti, le sorti di tutti. Risale a questo periodo la stesura de Il mondo salvato dai ragazzini, e anche l’incontro con l’opera di Simone Weil, che diventerà per lei una ideale compagna di viaggio, e nella cui scrittura Elsa troverà conferma di molte sue idee.

Questo cambiamento di poetica, cui non corrisponde un cambiamento nella scrittura – sempre pervicacemente volta allo smascheramento della realtà e sempre attenta alla corporalità dei personaggi ‒ porta alla stesura della sua opera più conosciuta, La Storia, nella quale essa dispiega il suo sguardo di donna sul mondo, e nella quale si declina ancora una volta un tema che attraversa tutta l’opera della Morante: il rapporto tra madre e figlio.

All’intervento della Bernabò sono seguiti quelli mirabili e importantissimi di Goffredo Fofi e Antonio Di Grado, di cui (ricordate le lacune?) non parlerò. Quello che mi preme dire è che la letteratura è una disciplina meravigliosa che permette di creare collegamenti e rapporti fuori dallo spazio e dal tempo. Senza pretendere di essere compresa, e senza pensare di esserne degna, per motivi che non riguardano la mia volontà, questo mi è successo con Elsa Morante. Così, quando venerdì sono andata alla presentazione, ero nello stesso tempo impaziente e spaventata. Impaziente perché finalmente sarei andata a sentir parlare di Lei, e spaventata perché temevo eccessi di accademismo e retorica becera e stantia come la pelliccia della signora che mi sedeva davanti (sul perché a Catania alle presentazioni ci siano solo persone anziane con pelliccia e collana di perle rifletterò domani). E invece le ore passavano e non me ne accorgevo neppure perché a parlare c’era una studiosa che aveva davvero a cuore Elsa Morante e il suo posto nella letteratura; e poi anche un importantissimo critico come Goffredo Fofi, che prima di tutto era amico della Morante, e Antonio Di Grado che, da subito dichiaratosi lettore e amante della nostra Elsa, ha precisato che giammai si sarebbe cimentato in questa o in altre sedi in una analisi fredda e chirurgica della sua opera, alla faccia della critica accademica.

Insomma a dispetto delle previsioni più pessimistiche (vedi alla voce: pelliccia), sono tornata a casa contenta, come se la memoria e l’opera di Elsa Morante fossero state degnamente onorate.

 

di Giuditta Busà

Diverso è lo scrivere. Scrittura poetica dell’impegno in Vincenzo Consolo

« … È che il narrare, operazione che attinge quasi sempre alla memoria,[…] è sempre un’operazione vecchia, arretrata, regressiva. Diverso è lo scrivere […] E allora è questo il dilemma, se bisogna scrivere o narrare. Con lo scrivere si può forse cambiare il mondo, con il narrare non si può, perché il narrare è rappresentare il mondo, cioè ricrearne un altro sulla carta.[…] Però il narratore dalla testa stravolta e procedente a ritroso, da quel mago che è, può fare dei salti mortali, volare e cadere più avanti dello scrittore, anticiparlo… Questo salto mortale si chiama metafora».
Così scriveva Vincenzo Consolo nel 1983 (Un giorno come gli altri), dando una precisa dichiarazione della propria poetica, che è insieme anche etica, e pone al centro del lavoro dello scrittore un impegno sempre ricominciato, non disposto a compromessi e consapevolmente agli antipodi dell’attuale produzione in serie e dei facili consensi di pubblico.
Il Dipartimento di Scienze Umanistiche dell’Università di Catania, nella persona del Prof. Antonio Di Grado, ha voluto offrire un tributo allo scrittore siciliano riunendo alcuni tra i maggiori studiosi della sua opera, che il prossimo mercoledì venti marzo 2013, presso il Coro di notte del monastero dei Benedettini, commemoreranno lo scrittore scomparso lo scorso gennaio 2012, in una giornata di studi centrati sull’opera consoliana.
Scrittore “palincestuoso”, com’è stato definito, Vincenzo Consolo ha lasciato un’opera che è una sorta di “libro continuo” i cui testi, rimandando ad altri testi, non smettono di farsi eco tra loro, variando vesti e metaforiche allusioni.
Tra le opere dello scrittore di Sant’Agata di Militello, si includono romanzi, spesso a sfondo storico-metaforico (La ferita dell’aprile, 1963; Il sorriso dell’ignoto marinaio, 1976; Retablo, 1987; Nottetempo, casa per casa, 1992; Lo Spasimo di Palermo, 1998); testi ibridi tra la velata scrittura memorialistica e la digressione riflessiva (Le pietre di Pantalica, 1989; L’olivo e l’olivastro, 1994); pièces teatrali (Lunaria, 1985; Catarsi, 1989).
Lo sfondo delle narrazioni è una Sicilia dolente che, come si legge nell’ultimo romanzo di Consolo, “esala odore di sangue e gelsomino”: terra che rappresenta essa stessa una profonda metafora, in cui s’incrociano i punti oscuri e luminosi del passato e del presente, articolando “la storia di una continua sconfitta della ragione” (L. Sciascia).
Tesa al limite dell’afasia, si leva, argine contro tale minaccia, la “scrittura disobbediente” (M. Attanasio) di Vincenzo Consolo, volta alla ricomposizione, come in uno scavo archeologico, dei frammenti altrimenti dispersi delle civiltà dell’uomo, attraverso la costruzione artigianale e paziente di un linguaggio: vero protagonista dell’opera consoliana, esso nasce dal suggestivo impasto tra “la tradizione colta e quella popolare, lingua e dialetto, adesione lirica e lucidità razionale” (S. Trovato, 1994). In questa intricata, mirabile selva, gli studiosi presenti aiuteranno il pubblico ad entrare.
L’incontro si articolerà in una sessione mattutina, che avrà inizio alle ore 9.30, e in una seconda sessione che inizierà alle ore 16.00: moderati dai professori Antonio Di Grado e Miguel Ángel Cuevas, gli studiosi invitati guideranno il pubblico attraverso l’opera consoliana, tra i casi di riscrittura che vi si rintracciano (Salvatore Silvano Nigro, IULM di Milano); le relazioni tra pittura e scrittura (Miguel Ángel Cuevas, Siviglia); gli esercizî di cronaca e di stile (Rosalba Galvagno, Catania); la particolare lingua de Il Sorriso dell’ignoto marinaio (Salvatore Trovato, Catania); e ancora, la vicenda compositiva del libro postumo La mia isola è Las Vegas (Nicolò Messina, Valencia), e un’analisi di narrazione e scrittura in Vincenzo Consolo (Dario Stazzone, Catania). Parteciperà altresì il direttore del Teatro Stabile di Catania Giuseppe Dipasquale, che parlerà della versione teatrale di Retablo (cortile Platamone nel 2001), per la regia di Daniela Ardini, con una eccezionale Mariella Lo Giudice nel ruolo di Rosalia.
Il pubblico assisterà alla proiezione di alcuni brani dello spettacolo, e potrà ascoltare, nel corso del convegno, letture tratte da diversi luoghi dell’opera consoliana.
Scrive Giulio Ferroni che «la prospettiva etica di Consolo è radicata nella scoperta del valore della cultura umana […] come proiezione in un altrove di se stessi e del presente, fondata nella ricerca di verità e bellezza che l’umanità ha condotto nel corso della sua lunga storia, e di cui si osservano le tracce infinite nei luoghi, le pietre, il paesaggio[…] che per Consolo sono quelli di una regione catatterizzata da una storia e una natura tutte particolari: la Sicilia, dove storia e natura sono cariche di una violenza, d’una passione, una speranza senza pari».
“Diverso è lo scrivere” di Vincenzo Consolo, poiché viaggio ininterrotto, attraverso l’impegno della scrittura, in «questa terribile, maravigliosa e oscura vita, questo duro enigma che l’uomo ha sempre declinato in mito […] per cercar di rispecchiarla, di decifrarla per allusione, per metafora». Diverso è lo scrivere consoliano – e il pubblico presente il prossimo mercoledì 20 marzo presso il Coro di notte avrà modo di apprezzarlo – poiché esperienza eccezionale che ardisce la ricerca, si fa vera espressione, creazione di una voce: poetica di un’etica.

di Doroty Armenia

Gli accademici e quello strano vizietto

Che l’uomo sia in cerca di certezze è fatto vecchio come il mondo: qualcuno le cerca in un altrove metafisico; altri le cerca nella propria interiorità; chi, nel dire comune, la individua nell’unico esito possibile e prevedibile del cammino umano, la morte: ma è questa una certezza? Alcune religioni, infatti, negano perfino l’esistenza di un tale evento. E allora su quali fondamenti possiamo fondare la nostra conoscenza? Sul fatto che l’unica certezza è che non vi siano certezze?

Beh, in realtà non era mia intenzione avviare una prolusione filosofica di carattere nichilista, non sarei abbastanza preparato e non volevo arrivare così in alto.
 

La mia riflessione nasce da una constatazione fatta qualche tempo fa. Mi trovavo ad ascoltare una lezione di archeologia, tenuta da un professore universitario che credo possa considerarsi uno studioso di tutto rispetto. La lezione mi sembrava interessante, seguivo con attenzione il percorso al quale mi si invitava, scandivo nella mente i vari passaggi che conducevano poi a logiche deduzioni e… Logiche. Già Aristotele qualche anno fa ci metteva in guardia dall’errore in cui la logica ci può trarre, se le premesse del nostro ragionamento siano false. Ciò che è logico non sempre è vero o altrimenti ci potremmo trovare a dover ammettere che esistono asini che volano… Ma forse sto andando di nuovo lontano.
 

Ritorniamo alla lezione e alla sua conclusione, ovvero alla parte di quel ragionamento che alle mie orecchie ha cominciato a suonare come le corde di un violino scordato. Si diceva in quel discorso in tono assertivo “e questa datazione è certa perché gli scavi sono stati fatti stratigraficamente”. Quello che non mi suonava bene non era certo il fatto che gli scavi fossero eseguiti secondo il metodo stratigrafico. Non vorrei mai mettere in dubbio l’utilità di un metodo di indagine che ha consentito, insieme ad altri, di sottrarre la ricerca archeologica ad interpretazioni spesso arbitrarie e che permette, interrogando il dato materiale, di ricostruire le fasi di vita e di abbandono di un sito in maniera più attendibile e “scientifica”, rispetto a quanto avveniva in tempi passati, senza il pregiudizio dettato dalle fonti storiche (si ricordi che le più moderne tecniche di indagine sono state elaborate per venire incontro agli studiosi di preistoria, i quali operavano necessariamente privi di qualsiasi pregiudizio, non avendo notizie storiche cui affidarsi).
 

Quello che più invece colpiva era il concetto di certezza, ovvero la fiducia quasi cieca nei dati ricavati attraverso il metodo applicato. Se è vero, infatti, che il metodo stratigrafico permette, laddove le deposizioni si susseguono in maniera lineare (e non sempre è così e non sempre è così facile riconoscerne le sequenze –benché non tutti lo ammettano-), di distinguere diverse fasi cronologiche quello che ne viene fuori è una sequenza relativa: cioè sappiamo che una cosa viene prima e un’altra viene dopo. La datazione è data dall’associazione con materiali datati e databili: ma qual è il grado di certezza di queste datazioni? Spesso sono oscillanti, e si fa riferimento a datazioni già consolidate. Se queste non sono contraddette dalla sequenza stratigrafica, si finisce allora per datare lo strato affidandosi alla cronologia dei materiali in esso presenti: il procedimento è logico. Ma a parlare di certezze si rischia di fare il passo più lungo della gamba. Vorrei ricordare l’errore in cui si era caduti in Sicilia quando si attribuirono le monete dionigiane a Timoleonte con la necessaria riscrittura della storia di alcuni siti; o come le discussioni, non ancora chiuse, sulle date di fondazione delle colonie, portino a riconsiderare le datazioni di alcune classi ceramiche, e viceversa.
 

Ovviamente gli studiosi più accorti colgono margini e possibilità d’errore, ed è grazie a continue revisioni, correzioni e correttivi che il metodo si affina.

Tuttavia, nel passaggio da una fisica del dato a una sua metafisica, si rivela spesso quel vizietto tipicamente accademico di pensare o far pensare il proprio metodo (e tutto ciò che se ne ricava) come unico e assoluto, nonostante la connaturata impossibilità della controprova. Se è vero che neppure le cosiddette scienze esatte sono perfette (sul fatto per molti assodato che 1 x 0 = 0 molti matematici, per esempio, potrebbero illustrarci quante insidie nasconda questa banale formula aritmetica), bisognerebbe sempre tener presente che i metodi di ricerca e gli strumenti utilizzati sono i migliori possibili hic et nunc e tra vent’anni potrebbero essere derisi come ingenui e approssimativi (se non addirittura errati).

La scienza procede per errori e all’accademico vizioso che vende certezze preferisco, dunque, il docente che istilla il dubbio (anche su di sé) e insegna a porre domande. Le parole hanno peso e significato. E a margine di ogni certezza si nasconde l’inganno della parola.
 

di Rossano Scicolone

Il mare non bagna Napoli ovvero Parlar male dei genitori

Nel 1953 Anna Maria Ortese scrisse il suo libro forse più conosciuto, Il Mare non bagna Napoli, una raccolta di racconti che hanno per assoluta protagonista la città di Napoli. In ogni racconto l’autrice descrive episodi di varia umanità in una città offesa dalla Guerra, impoverita e incattivita, maltrattata e pungolata da un Dio che “sopra la piaga mette il sale”. Una città senza più speranza né volontà, in cui i suoi abitanti sono ridotti a personaggi grotteschi, bestiali e deformi, accecati dalla povertà e corrotti dalla miseria. Napoli, terra di afflitti, in cui persino i muri si lamentano, e il sole, quando con estrema fatica riesce a farsi strada nei tuguri che puzzano di urina e umidità, spalanca la vista a un abisso di disperazione e tetraggine. Uno spaccato così doloroso e spietato in cui lo squallore della realtà supera l’immaginazione:

… ebbi l’impressione di stare sognando, o per lo meno di stare contemplando un disegno, di un’orrenda verità, che mi aveva soggiogata al punto da farmi confondere una rappresentazione con la vita stessa.

Forse l’unico modo per continuare a vivere a Napoli è abbandonarsi al torpore (come quello in cui ricade Anastasia dopo una dolorosa quanto fulminea lucidità) e annebbiare i propri sensi – la vista e l’odorato su tutti ‒ per non provare disgusto e nausea: quella stessa nausea che prova Eugenia, allorché inforca gli occhiali tanto desiderati e comincia a vedere tutto; quella stessa nausea che prova Anna Maria Ortese per una realtà “incomprensibile e allucinante”, di fronte alla quale prova l’impulso irrefrenabile di fuggire e gridare.

Il mare non bagna Napoli, libro crudo e amaro, doloroso e spietato, sostenuto da una prosa “nevrotica” in cui appare evidente l’ansia febbrile di descrivere tutto con sovrabbondanza di particolari, ha suscitato così tante polemiche subito dopo la sua pubblicazione, da costringere l’autrice a un esilio da Napoli durato di fatto tutta la vita.

Anni dopo, nel 1994, in occasione di una riedizione dell’opera, l’autrice tenta di spiegarsi e ancora si interroga sulle ragioni di tanta riprovazione e sul senso, se mai l’hanno avuto, dei suoi racconti su Napoli. E individua come causa di quella scrittura sovraeccitata e debordante una personale nevrosi, che aveva origine nella totale repellenza nei confronti della realtà, quella realtà del Dopoguerra di cui Napoli era diventata in un certo senso emblema, e ancor di più dall’”inerte orrore di vivere”.  In una parola: lo spaesamento di fronte alla rovinosa condizione dell’Italia, uno spaesamento che contribuì a deformare ancor di più agli occhi dell’autrice Napoli e i suoi abitanti.

Spaesamento che poi, letteralmente, divenne la punizione di Anna Maria Ortese, per contrappasso o volontà di un fato crudele che la costrinse a vivere “senza radici”.

Meditando sul potere delle parole e della letteratura in un passato non poi così tanto remoto, mi viene da pensare allora al compaesano della Ortese Erri De Luca, “napòlide” ormai professionista, o a Roberto Alajmo, autore di un libello – per cui, ogni volta che lo leggo, da siciliana mi arrovello e mi arrabbio ‒ su Palermo: una sorta di guida turistica a rovescio, il cui unico obiettivo dell’autore sembra essere quello di convincere i lettori a non visitare Palermo, in un’ansia inspiegabile di confermare tutti i luoghi comuni sulla Sicilia, terra di mafia, delinquenza e munnizza. Un libro in cui non si ravvisa quello stesso dolore lancinante e mortifero, che si ritrova invece tra le pagine della Ortese: il dolore di chi, parlando male dei propri genitori, in fondo sa di parlare male di sé.

di Giuditta Busà

Fantàsia e il regno delle speranze umane

È piacevole guardare film in lingua originale, e non solo per la possibilità di migliorare le proprie conoscenze linguistiche, ma anche perché si possono apprezzare dettagli e da essi costruire castelli serrati nella loro totale pretestuosità mentale.
Se non amate il genere – edificio di ragionamenti costruiti su fondamenta aeree – cessate subito di leggermi. Vi ho detto già che questo post sarà pretestuoso, al limite con la gratuità. Conterà, mi auguro, il messaggio veicolato.
I professionisti del genere sanno bene che tradurre somiglia a scrivere, sanno che nella scelta di una delle possibili traduzioni che si danno di una stessa parola/frase, a volte, si nasconde il loro gusto, e, a volte, persino l’adesione ad una convenzione culturale.
Bastiano Baldassare Bucci è, come molti di voi già sanno, il protagonista de La storia infinita di Michael Ende, uno dei più bei libri mai scritti nell’orizzonte che oggi, con qualche equivoco, si definisce fantasy.
La questione che vi pongo non riguarda direttamente la splendida storia di Ende, come avrete intuito, né direttamente la sua trasposizione cinematografica. Vale comunque la pena ricordare che il film fu disprezzato dallo scrittore al punto che intentò una causa legale affinchè il suo nome non comparisse nei titoli di testa.
Se Ende fosse stato ancora in vita gli avrei scritto (non una mail sia ben chiaro, ma una lettera fatta di albero), per chiedere direttamente a lui se anche questo dettaglio, il dettaglio di cui voglio parlarvi, lo offendeva, o in una certa misura turbava, almeno quanto ha turbato me. Io ritengo questo dettaglio un tradimento, che, forse per un gioco del destino, ha riguardato solo il vituperato film di W. Petersen.
Se a questo punto ho destato la vostra curiosità vuol dire che l’aria su cui sto costruendo è aria pulita.
Oppure vuol dire che voi (forse di questa mia affermazione Ende sarebbe stato felice) non credete che gli abitanti di Fantàsia siano solo menzogne. E quindi è il caso di andare avanti.
Nel doppiaggio italiano quando Atreiu si trova faccia a faccia con Mork nella Città dei Fantasmi nel Paese della Mala Genìa, il giovanissimo eroe chiede sconsolato al lupo mannaro perché avesse scelto di aiutare il nulla.
E il lupo risponde “perché è più facile dominare chi non crede in niente”.
In realtà in lingua inglese il lupo afferma che è più facile dominare chi non possiede speranze (“hopes”).
Se per correttezza filologica ci volgiamo al libro scopriamo un dialogo estremamente più ricco e affascinante, viene da imprecare al pensiero che Ende non abbia vinto la causa intentata contro i produttori del film. Ma lasciamo da parte il libro, perché il quesito è tutto interno al film. Il quesito è: dobbiamo pensare che l’uomo sia dominabile se non crede in qualche realtà metafisico-religiosa (la parola “credere” usata in quel contesto mi è sembrato alludesse proprio a ciò), o non dobbiamo piuttosto pensare che l’uomo sia dominabile quando perde le “speranze” (“hopes”, com’è scritto nella sceneggiatura originale) e quindi i sogni/menzogne che abitano Fantàsia.
Fantàsia non ha confini. Lo sanno bene gli amanti del libro e persino gli amanti del film. I sogni e le speranze di Fàntasia non sono riconducibili a nessuna religione o “credo” specifico. Sono solo nutrite da “speranza”, sono per l’appunto “hopes”. E le speranze sono umane, non esistono prima dell’uomo e non esisteranno dopo l’uomo.
Ve lo avevo detto, si trattava di un pretesto e di un dettaglio. Ma i dettagli sono importanti. Laudate hominem cantava De Andrè, non Laudate Dominum.
Capite cosa voglio dire?
Spero di sì.

“Hai mai visto il nulla figliolo?”
“Sì, più di una volta”
“E com’è?”
“È come se si fosse ciechi”
“Bene. E quando ci siete caduti dentro, vi rimane addosso, il Nulla. Siete come una malattia contagiosa, che rende gli uomini ciechi, così che non distinguono più l’apparenza dalla realtà. Sai come vi chiamano laggiù?”
“No”, mormorò Atreiu.
“Menzogne” abbaiò Mork.

di Sebastiano Luca Tata (o Bastiano Baldassare Bucci?)

Buona sera, buona sera. Anche questa domenica è passata.

Perché fino a quando ci sarà qualcuno che ricorda, quello che è avvenuto ‒ fino a dove si è spinto quest’essere meraviglioso e terribile, che è l’Uomo ‒ non potrà essere cancellato, ma rimarrà come monito e memento di ciò che non deve mai più essere.

A chi è rimasto e a quello che è a essi rimasto, Elsa Morante dedica queste parole.

[…]

Il cielo decaduto è la bassa tenda cenciosa

del lazzaretto terrestre. E il flauto mozartiano

è un saltarello maligno, che ti ribatte

fin dentro il bulbo dell’occhio la sua triviale mimica

di un’aritmetica ossessiva che non significa altro…

nessun cielo ulteriore si scopre. Non s’apre il loto dei mille petali.

Tu sei tutta qui. E non c’è altro.

Assisti a questo. E cessa di chiamare

Amanti morti, madri morte.

Denudàti, più poveri ancora di te, loro non frequentano questa

né altrè dimensioni. Ultima loro dimora

resta soltanto la tua memoria.

Memoria memoria, casa di pena

dove per cameroni e ballatoi deserti

un fragore di altoparlanti non cessa di ripetere

(il meccanismo s’è incantato) sempre il punto amaro

degli Elì Elì senza risposta. L’urlo del ragazzo

che precipita accecato dal male sacro.

Il giovane assassino che smania nel folle dormitorio.

La mozza litania cristiana nel deposito

dell’ospedale, intorno alla vecchia ebrea morta

che scostò la croce con le sue manine deliranti.

SENZA I CONFORTI DELLA RELIGIONE. Questa casa è piena di sangue

ma il sangue stesso, tutti i sangui, non sono che vapori larvali

conformi alla mente che li testimonia.

E quando per te venga l’ora del requiem, così sarà per quelle grida.

La domenica sconsacrata ormai declina

le lune della peste sono già calanti

la siepe spinata rigermoglia, i tuoi sensi scampanano a cinque voci.

Riaffréttati, riaffréttati all’incontro dei tuoi poveri domani consueti

e del tuo solito corpo morituro.

È l’ora di cena. O fame di vita, nùtriti

ancora alla sostanza quotidiana delle stragi.

Rinasci alle forme e confidenze e cori arbitrati

alla coscienza

alla salute

all’ordine delle date

al tuo posto.

Nessuna Rivelazione (Lo spettacolo, anche illegale,

dipende sempre dalla fabbrica collettiva degli arbitrii).

Nessun peccato (La macchina architettata per il supplizio

non ha colpa dei supplizi, o poveri peccatori).

E nessuna grazia speciale.

(Unica grazia comune è la pazienza

fino all’amen della consumazione).

Vàttene contenta. Assolta, assolta, benché recidiva.

Buona sera, buona sera.

Anche questa domenica è passata.

Da La sera domenicale

Tempo di lettura: tre minuti

Mi fanno sorridere quelli che si lamentano scandalizzati che un libro di ben dieci euro abbia loro portato via al massimo due ore. Come se il valore di un libro dipendesse dal tempo che si impiega per leggerlo. Se fosse vero, se solo fosse vero, saremmo tutti dei voraci e instancabili lettori di Dostoevskij.

Ho notato che di recente alcuni quotati settimanali alla fine della solita recensione, accanto al numero di pagine e al costo, hanno aggiunto un’ulteriore informazione: il tempo di lettura del libro (uno addirittura calcola il tempo che si impiega per la lettura di ogni articolo contenuto nel settimanale!).

Tempo e qualità sono davvero interconnessi? E allora il Candid di Voltaire? E poi è davvero così prezioso il nostro tempo da avere bisogno preventivamente di sapere quanto ne impiegherò a leggere un libro, un articolo, e, perché no?, a incontrare qualcuno, conoscerlo, perderlo o ritrovarlo? Davvero il tempo è calcolabile con tale matematica precisione? Davvero siamo sicuri che un libro di 100 pagine ci porterà via solo due ore e non ci lascerà nient’altro?

Domande di difficile soluzione, certamente. Però è capitato anche a me di leggere un libello di otto euro corrispondenti a ben 95 pagine, che mi ha fatto compagnia soltanto per un paio di ore.
Il libro lieve in questione è La sovrana lettrice (traduzione un po’ più esplicita, e forse ben calibrata sul lettore italiano, di The Uncommon Reader) di Alan Bennett.
Lo ammetto: quando ho cominciato a leggerlo, in un pigro pomeriggio d’inverno, a dispetto pure della copertina lilla, non mi aspettavo niente.
Con aria forse un po’ troppo sommessa ho intrapreso la lettura aspettando che l’andatura e il passo fossero dettati solo dal libro. Di solito, a meno che non si tratti dell’amato Fëdor o di Proust, faccio così. E non perché anche tutti gli altri non meritino aspettative, ma semplicemente perché a chi conosco meno, o non conosco affatto, concedo comunque il beneficio del dubbio.

Che cosa succederebbe se la Regina d’Inghilterra si appassionasse alla lettura (presentata nel libro come ipotesi del quarto tipo – il mio preferito–, anche se bisognerebbe interpellare la Regina per appurarne davvero l’impossibilità)? E se per la lettura trascurasse molte delle sue regali mansioni? O peggio se mostrasse svogliatezza nello sbrigarle perché impaziente di tornare alle sue letture?

La sovrana lettrice, ci informa Bennett, diventerebbe anche più umana. E insieme imparerebbe a conoscere meglio e più approfonditamente la natura degli uomini. Non smetterebbe di rispettare l’etichetta – questo giammai! – ma sopraggiungerebbe in lei la consapevolezza che tutto ciò che fa, e che deve fare in quanto regina, è solo etichetta. Comincerebbe a osservare la realtà che la circonda e a vedere le cose. E sarebbe sempre rigida e composta, ma più accondiscendente, perché ormai consapevole della multiforme varietà e diversità degli uomini e dei loro sentimenti.

La reazione di tutto il suo regale seguito, dal primo ministro agli attendenti, financo le cameriere, sarebbe di sconcerto e fastidio: una strana e inspiegabile deviazione dalla norma.

Divertissement con intento dissacrante – certo più blando di Swift–, che diventa addirittura parodia allorché la regina, donna d’azione, decide che è tempo di smettere i semplici panni di lettrice e di cominciare invece a scrivere, ad agire. Ma non un libro di memorie, come auspicano tutti i Consiglieri della Corona, chiamati a festeggiarla in occasione del suo ottantesimo compleanno, bensì un’opera simile nientemeno che alla Recherche proustiana!

Questo piacevole libello che si conclude raggiungendo davvero l’acmè dell’impossibile, che ovviamente non svelerò, non ha pretese eppure ne ha tantissime, forse troppe. Dipende da noi. Come quando uno sconosciuto ci sorride: possiamo voltare lo sguardo e fingere di non averlo notato, procedendo per la nostra strada, oppure fermarci e magari cominciare a parlare, così, fidandoci dell’istinto, e dedicare un po’ del nostro preziosissimo tempo per vedere come va a finire…

di Giuditta Busà