Lizzie: la realtà frammentata

“Anche se il museo godeva di notevole fama in quanto sede di un sapere immenso, le sue fondamenta avevano cominciato a cedere”.
Poiché non sono un “lepidotterista della letteratura”, come direbbe King, non analizzerò l’ultimo romanzo di Shirley Jackson alla maniera dei professori delle accademie italiane. Non lo sezionerò e disporrò sul tavolo chirurgico come un organismo morto, perché “Lizzie” è viva, e basterebbe a dimostrarlo l’incipit citato.
La Jackson ha sempre avuto un tocco magico nel dare inizio alle sue storie, basti ricordare “L’incubo di Hill House” o “Abbiamo sempre vissuto nel castello”, e nelle prime pagine di questo romanzo, tradotto di recente da Adelphi, ma edito in America nel ’54, la scrittrice descrive con semplice ed elegante maestria il museo in cui lavora la sua protagonista, Elisabeth Richmond. Ci avverte che la struttura ha avuto un cedimento e che proprio accanto alla scrivania dell’anonima e discreta ragazza si è aperta una voragine. Nell’indifferenza generale dei custodi, dei colleghi e dei visitatori, Elisabeth continua a lavorare accanto alla voragine, apparentemente come se nulla fosse successo.
“Nessuno al museo aveva riflettuto, regolo in mano, chiedendosi: ecco, vediamo un po’, questo pozzo dentro al palazzo finirà col passare accanto al gomito sinistro di Miss Richmond. Chissà se la disturberà non trovare più una delle pareti dell’ufficio?”
Si potrebbe parlare di una esteriorizzazione dell’inconscio (era anche il caso di Hill House) che non può non mordere il cuore avvincendo alla pagina qualunque lettore. Da quel momento Elisabeth, Lizzie, non tornerà che poche volte al museo, perché da quel momento la povera ragazza si rompe. Proprio come accadrebbe ad un uno specchio caduto di mano, in Lizzie si infrange la misteriosa ed equilibrata anonimia con cui aveva passato la sua vita e nascono quattro nuove personalità che daranno filo da torcere ad un inetto medico di provincia e ad una zia volgare e forse un po’ troppo attaccata alla bottiglia.
La voragine era nella mente, le crepe del museo erano come le pennellate vorticose che emanano dall’Urlo di Munch e saturano il paesaggio dello stesso venefico male di vivere.
Ad essere frammentata, verrebbe da dire, non è solo la povera Lizzie, ma la società che la ospita, e che l’ha reclusa persino dalla comprensione della madre (anche nell’atto estremo della morte).
In effetti è proprio questo che ha reso Shirley Jackson il genio letterario che era: la sconvolgente certezza dell’inganno perpetrato dalla normalità. Un inganno che non si riduce alla coscienza umana, ma che pervade gli oggetti (l’inquietante statua all’ingresso della casa di zia Morgen), i paesaggi, e solo in ultimo le persone. Se la coscienza degli uomini è un malvagio labirinto, è forse perché labirintico è il mondo. Una trappola, dove superflua risulterebbe una morbosa introspezione e grottesca la deriva nel brivido. Il dottor Wright non comprende che l’unica guarigione possibile è lasciare che Lizzie rinomini il mondo (come farebbe uno scrittore, aggiungerei) assegnando a ciascuna cosa una verginea nuova identità.
E così anche l’autrice rinomina la sua realtà. Le pagine della Jackson scorrono semplici e raffinate, e per questo garantiscono il massimo dell’evocazione simbolica. Il tutto, è doveroso ricordarlo, una decina d’anni prima dell’uscita di Marnie, opera del maestro Alfred Hitchcock, uno dei “grandi film malati” (parola di Truffaut), sulla psiche di una giovane donna cleptomane.
In “Lizzie”, come nelle altre opere della Jackson, si ha quasi l’impressione che possa scatenarsi l’oblio immenso dell’orrore ad ogni istante; ma nulla ferisce l’equilibrio intatto della realtà, dove l’orrido è sempre sotto pelle, sempre presentito.
E la follia si fa questione di misura.

di Sebastiano Luca Tata

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