Bradbury: la fantasy è un umanismo

Il 5 Giugno di un anno fa moriva a Los Angeles Ray Bradbury. Uno dei più grandi poeti della letteratura mondiale.
Dico poeta non a caso; Huxley aveva visto bene. Lo sceneggiatore di Moby Dick, figlio di un elettricista della provincia americana era proprio questo: non per i pochi versi/gioco che aveva scritto nella sua carriera, ma per l’inesauribile vena di magia cui la sua penna attingeva di continuo.
Per Bradbury ho pianto due volte: il giorno in cui ricevetti da bambino Fahreneit 451 e il giorno della sua morte. Per il resto ho solo sognato, se sogno è parola appropriata per descrivere il “vola tappeto!” del più grande mago del mondo.
Già. La scrittura di Ray Bradbury somiglia proprio ad una magia, l’incanto creato dallo strumento parola retto a definire scenari irreali, fino in fondo, con la credibilità dell’incredibile.
Certo a Bradbury interessavano anche il “buco di tarlo”, le leggi gravitazionali, il rumore di fondo dell’Universo, i fossili di dinosauri, ma di ciascuna di esse scopriva il lato incantato, quello che allo scienziato era rimasto ignoto, più per pigrizia che per mancanza di intelligenza. A Bradbury interessava l’infinita declinazione poetica di un presupposto scientifico. La sua fantasy (nell’horror, come nel fantascientifico) era umana, ammesso che ne esistano di altro genere. E in quanto umana parlava sempre degli uomini. Ricordava, forse persino agli scienziati e ai tecnici di ogni disciplina, che il fine non è mai l’oggetto in sé, ma l’autore dell’oggetto.
Bradbury era anche uno scrittore molto simile a Poe. E forse (opinione personalissima) il suo unico vero erede. Dell’autore de La caduta della casa Usher aveva la stessa incapacità a “durare”. Le sue storie dovevano trovare il culmine percorrendo una strada travagliata, tenuta insieme da un labile gioco di parole, da una atmosfera lugubre, da una immagine appena plausibile. S. King, suo lettore e ammiratore, ha scritto che, come Theodore Dreiser, Bradbury ha la stessa tendenza “non tanto a scrivere di un argomento, ma piuttosto a piantarlo a forza nel terreno … e una volta piantato a colpirlo finché non è cessato ogni movimento”. C’è certo qualche accento critico in una simile affermazione. Ma c’è anche di più; c’è proprio quella che nell’Ottocento fu definita dal maestro della letteratura nordamericana “unità d’effetto”.
Quest’ultima era più importante del fiume monotono del romanzo. E anche quando si cimentò nel genere, Bradbury, come il maestro Poe, lo fece dilatando unità. Perché l’unica vera storia di Bradbury era la pagina magica, a volte persino ampollosa, che non aveva tempo e quindi non poteva essere ricondotta ai tempi regolari del romanzo. Delle innumerevoli antologie Cronache marziane è l’esito più felice di questa anoressia della trama. E penso che nessuno possa negare che questo libro non-libro sia una pietra miliare del genere (quale genere? Beh, lasciamo perdere …). In esso non c’è storia. Anzi c’è tutta la storia, perché ci sono le storie. Il “Gente di Dubino” della fantascienza ha cambiato per sempre il volto della fantasy e nessun autore potrà non considerarne l’esistenza. Nessuno critico potrà mettere in dubbio che anche di Marte poteva essere fatta letteratura. E che se oggi non si riesce a fare letteratura con i vampiri (come un tempo) non è colpa dei vampiri ma solo degli scrittori.

di Sebastiano Luca Tata

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