Elsa Morante. Una presentazione a Catania

Quella che segue è la mia personale e discutibile cronaca della presentazione, svoltasi venerdì scorso a Catania, nel Refettorio Piccolo della Biblioteca Civica Ursino e Recupero, del volume La fiaba estrema. Elsa Morante tra vita e scrittura: interventi di Goffredo Fofi, Antonio Di Grado e dell’autrice, Graziella Bernabò, coordinati da Massimo Maugeri. Noterete lacune e impennate sentimentalistiche, e di questo mi scuso (ma fino a un certo punto).

La tavola rotonda sul libro della Bernabò, uscito nel 2012, è stata soprattutto pretesto e occasione più che unica per parlare (e parlarne a Catania) di Elsa Morante, scrittrice ingiustamente sottovalutata e ingabbiata in categorie critiche che troppo facilmente l’hanno liquidata, fino quasi a farcene dimenticare. Fino a ora. Fino a che la Bernabò non ha cominciato a lavorare al suo libro su Elsa. Per rimettere le cose a posto, anche, e per combattere e stravolgere quella critica miope e mortificante.

A partire dal titolo scelto per il suo libro, che rispecchia una direzione metodologica chiara e fino a ora inesplorata dalla critica: ovvero la necessità di analizzare a un tempo l’opera e la vita di Elsa Morante, perché indissolubilmente legate e intrecciate. A dimostrazione che, come si coglie dai documenti lasciati dalla stessa scrittrice, la scrittura era per lei una questione di vita e la questione della vita.

Ed è proprio un fatto privato a determinare in lei un cambiamento di poetica nella metà degli anni Sessanta  ‒ la morte di Bill Morrow, giovane americano a cui la Morante era legata sentimentalmente ‒ e a determinare la sua personale discesa agli inferi, da cui Elsa riemerge, dopo, con uno spirito ferito ma rinnovato nell’intento di assumere su di sé il dolore di tutti, le sorti di tutti. Risale a questo periodo la stesura de Il mondo salvato dai ragazzini, e anche l’incontro con l’opera di Simone Weil, che diventerà per lei una ideale compagna di viaggio, e nella cui scrittura Elsa troverà conferma di molte sue idee.

Questo cambiamento di poetica, cui non corrisponde un cambiamento nella scrittura – sempre pervicacemente volta allo smascheramento della realtà e sempre attenta alla corporalità dei personaggi ‒ porta alla stesura della sua opera più conosciuta, La Storia, nella quale essa dispiega il suo sguardo di donna sul mondo, e nella quale si declina ancora una volta un tema che attraversa tutta l’opera della Morante: il rapporto tra madre e figlio.

All’intervento della Bernabò sono seguiti quelli mirabili e importantissimi di Goffredo Fofi e Antonio Di Grado, di cui (ricordate le lacune?) non parlerò. Quello che mi preme dire è che la letteratura è una disciplina meravigliosa che permette di creare collegamenti e rapporti fuori dallo spazio e dal tempo. Senza pretendere di essere compresa, e senza pensare di esserne degna, per motivi che non riguardano la mia volontà, questo mi è successo con Elsa Morante. Così, quando venerdì sono andata alla presentazione, ero nello stesso tempo impaziente e spaventata. Impaziente perché finalmente sarei andata a sentir parlare di Lei, e spaventata perché temevo eccessi di accademismo e retorica becera e stantia come la pelliccia della signora che mi sedeva davanti (sul perché a Catania alle presentazioni ci siano solo persone anziane con pelliccia e collana di perle rifletterò domani). E invece le ore passavano e non me ne accorgevo neppure perché a parlare c’era una studiosa che aveva davvero a cuore Elsa Morante e il suo posto nella letteratura; e poi anche un importantissimo critico come Goffredo Fofi, che prima di tutto era amico della Morante, e Antonio Di Grado che, da subito dichiaratosi lettore e amante della nostra Elsa, ha precisato che giammai si sarebbe cimentato in questa o in altre sedi in una analisi fredda e chirurgica della sua opera, alla faccia della critica accademica.

Insomma a dispetto delle previsioni più pessimistiche (vedi alla voce: pelliccia), sono tornata a casa contenta, come se la memoria e l’opera di Elsa Morante fossero state degnamente onorate.

 

di Giuditta Busà

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