Gli accademici e quello strano vizietto

Che l’uomo sia in cerca di certezze è fatto vecchio come il mondo: qualcuno le cerca in un altrove metafisico; altri le cerca nella propria interiorità; chi, nel dire comune, la individua nell’unico esito possibile e prevedibile del cammino umano, la morte: ma è questa una certezza? Alcune religioni, infatti, negano perfino l’esistenza di un tale evento. E allora su quali fondamenti possiamo fondare la nostra conoscenza? Sul fatto che l’unica certezza è che non vi siano certezze?

Beh, in realtà non era mia intenzione avviare una prolusione filosofica di carattere nichilista, non sarei abbastanza preparato e non volevo arrivare così in alto.
 

La mia riflessione nasce da una constatazione fatta qualche tempo fa. Mi trovavo ad ascoltare una lezione di archeologia, tenuta da un professore universitario che credo possa considerarsi uno studioso di tutto rispetto. La lezione mi sembrava interessante, seguivo con attenzione il percorso al quale mi si invitava, scandivo nella mente i vari passaggi che conducevano poi a logiche deduzioni e… Logiche. Già Aristotele qualche anno fa ci metteva in guardia dall’errore in cui la logica ci può trarre, se le premesse del nostro ragionamento siano false. Ciò che è logico non sempre è vero o altrimenti ci potremmo trovare a dover ammettere che esistono asini che volano… Ma forse sto andando di nuovo lontano.
 

Ritorniamo alla lezione e alla sua conclusione, ovvero alla parte di quel ragionamento che alle mie orecchie ha cominciato a suonare come le corde di un violino scordato. Si diceva in quel discorso in tono assertivo “e questa datazione è certa perché gli scavi sono stati fatti stratigraficamente”. Quello che non mi suonava bene non era certo il fatto che gli scavi fossero eseguiti secondo il metodo stratigrafico. Non vorrei mai mettere in dubbio l’utilità di un metodo di indagine che ha consentito, insieme ad altri, di sottrarre la ricerca archeologica ad interpretazioni spesso arbitrarie e che permette, interrogando il dato materiale, di ricostruire le fasi di vita e di abbandono di un sito in maniera più attendibile e “scientifica”, rispetto a quanto avveniva in tempi passati, senza il pregiudizio dettato dalle fonti storiche (si ricordi che le più moderne tecniche di indagine sono state elaborate per venire incontro agli studiosi di preistoria, i quali operavano necessariamente privi di qualsiasi pregiudizio, non avendo notizie storiche cui affidarsi).
 

Quello che più invece colpiva era il concetto di certezza, ovvero la fiducia quasi cieca nei dati ricavati attraverso il metodo applicato. Se è vero, infatti, che il metodo stratigrafico permette, laddove le deposizioni si susseguono in maniera lineare (e non sempre è così e non sempre è così facile riconoscerne le sequenze –benché non tutti lo ammettano-), di distinguere diverse fasi cronologiche quello che ne viene fuori è una sequenza relativa: cioè sappiamo che una cosa viene prima e un’altra viene dopo. La datazione è data dall’associazione con materiali datati e databili: ma qual è il grado di certezza di queste datazioni? Spesso sono oscillanti, e si fa riferimento a datazioni già consolidate. Se queste non sono contraddette dalla sequenza stratigrafica, si finisce allora per datare lo strato affidandosi alla cronologia dei materiali in esso presenti: il procedimento è logico. Ma a parlare di certezze si rischia di fare il passo più lungo della gamba. Vorrei ricordare l’errore in cui si era caduti in Sicilia quando si attribuirono le monete dionigiane a Timoleonte con la necessaria riscrittura della storia di alcuni siti; o come le discussioni, non ancora chiuse, sulle date di fondazione delle colonie, portino a riconsiderare le datazioni di alcune classi ceramiche, e viceversa.
 

Ovviamente gli studiosi più accorti colgono margini e possibilità d’errore, ed è grazie a continue revisioni, correzioni e correttivi che il metodo si affina.

Tuttavia, nel passaggio da una fisica del dato a una sua metafisica, si rivela spesso quel vizietto tipicamente accademico di pensare o far pensare il proprio metodo (e tutto ciò che se ne ricava) come unico e assoluto, nonostante la connaturata impossibilità della controprova. Se è vero che neppure le cosiddette scienze esatte sono perfette (sul fatto per molti assodato che 1 x 0 = 0 molti matematici, per esempio, potrebbero illustrarci quante insidie nasconda questa banale formula aritmetica), bisognerebbe sempre tener presente che i metodi di ricerca e gli strumenti utilizzati sono i migliori possibili hic et nunc e tra vent’anni potrebbero essere derisi come ingenui e approssimativi (se non addirittura errati).

La scienza procede per errori e all’accademico vizioso che vende certezze preferisco, dunque, il docente che istilla il dubbio (anche su di sé) e insegna a porre domande. Le parole hanno peso e significato. E a margine di ogni certezza si nasconde l’inganno della parola.
 

di Rossano Scicolone

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...