Tempo di lettura: tre minuti

Mi fanno sorridere quelli che si lamentano scandalizzati che un libro di ben dieci euro abbia loro portato via al massimo due ore. Come se il valore di un libro dipendesse dal tempo che si impiega per leggerlo. Se fosse vero, se solo fosse vero, saremmo tutti dei voraci e instancabili lettori di Dostoevskij.

Ho notato che di recente alcuni quotati settimanali alla fine della solita recensione, accanto al numero di pagine e al costo, hanno aggiunto un’ulteriore informazione: il tempo di lettura del libro (uno addirittura calcola il tempo che si impiega per la lettura di ogni articolo contenuto nel settimanale!).

Tempo e qualità sono davvero interconnessi? E allora il Candid di Voltaire? E poi è davvero così prezioso il nostro tempo da avere bisogno preventivamente di sapere quanto ne impiegherò a leggere un libro, un articolo, e, perché no?, a incontrare qualcuno, conoscerlo, perderlo o ritrovarlo? Davvero il tempo è calcolabile con tale matematica precisione? Davvero siamo sicuri che un libro di 100 pagine ci porterà via solo due ore e non ci lascerà nient’altro?

Domande di difficile soluzione, certamente. Però è capitato anche a me di leggere un libello di otto euro corrispondenti a ben 95 pagine, che mi ha fatto compagnia soltanto per un paio di ore.
Il libro lieve in questione è La sovrana lettrice (traduzione un po’ più esplicita, e forse ben calibrata sul lettore italiano, di The Uncommon Reader) di Alan Bennett.
Lo ammetto: quando ho cominciato a leggerlo, in un pigro pomeriggio d’inverno, a dispetto pure della copertina lilla, non mi aspettavo niente.
Con aria forse un po’ troppo sommessa ho intrapreso la lettura aspettando che l’andatura e il passo fossero dettati solo dal libro. Di solito, a meno che non si tratti dell’amato Fëdor o di Proust, faccio così. E non perché anche tutti gli altri non meritino aspettative, ma semplicemente perché a chi conosco meno, o non conosco affatto, concedo comunque il beneficio del dubbio.

Che cosa succederebbe se la Regina d’Inghilterra si appassionasse alla lettura (presentata nel libro come ipotesi del quarto tipo – il mio preferito–, anche se bisognerebbe interpellare la Regina per appurarne davvero l’impossibilità)? E se per la lettura trascurasse molte delle sue regali mansioni? O peggio se mostrasse svogliatezza nello sbrigarle perché impaziente di tornare alle sue letture?

La sovrana lettrice, ci informa Bennett, diventerebbe anche più umana. E insieme imparerebbe a conoscere meglio e più approfonditamente la natura degli uomini. Non smetterebbe di rispettare l’etichetta – questo giammai! – ma sopraggiungerebbe in lei la consapevolezza che tutto ciò che fa, e che deve fare in quanto regina, è solo etichetta. Comincerebbe a osservare la realtà che la circonda e a vedere le cose. E sarebbe sempre rigida e composta, ma più accondiscendente, perché ormai consapevole della multiforme varietà e diversità degli uomini e dei loro sentimenti.

La reazione di tutto il suo regale seguito, dal primo ministro agli attendenti, financo le cameriere, sarebbe di sconcerto e fastidio: una strana e inspiegabile deviazione dalla norma.

Divertissement con intento dissacrante – certo più blando di Swift–, che diventa addirittura parodia allorché la regina, donna d’azione, decide che è tempo di smettere i semplici panni di lettrice e di cominciare invece a scrivere, ad agire. Ma non un libro di memorie, come auspicano tutti i Consiglieri della Corona, chiamati a festeggiarla in occasione del suo ottantesimo compleanno, bensì un’opera simile nientemeno che alla Recherche proustiana!

Questo piacevole libello che si conclude raggiungendo davvero l’acmè dell’impossibile, che ovviamente non svelerò, non ha pretese eppure ne ha tantissime, forse troppe. Dipende da noi. Come quando uno sconosciuto ci sorride: possiamo voltare lo sguardo e fingere di non averlo notato, procedendo per la nostra strada, oppure fermarci e magari cominciare a parlare, così, fidandoci dell’istinto, e dedicare un po’ del nostro preziosissimo tempo per vedere come va a finire…

di Giuditta Busà

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