Nessuno conosce veramente un altro, se non lo ama

«Nessuno conosce veramente un altro, se non lo ama. Ciascuno di tutti gli altri, è conosciuto solo da chi lo ama. E ciascuno di tutti gli uomini e la donne, ciascuno è straordinario, è un universo favoloso, è, in fondo, senza colpa, innocente… Ma il sospetto della mia colpa non se ne va. La mia colpa: non saper comunicare con gli altri, non capirli, non amarli abbastanza. La mia colpa: non essere mai amata. La mia colpa: non avere amici; non essere felice».

Così scriveva Elsa Morante nell’estate del 1952, con alle spalle già Menzogna e Sortilegio e il romanzo della consacrazione, L’Isola di Arturo.

Questa frase si trova nella prefazione al volumetto di poesie intitolato Alibi, riproposto, per fortuna, da Einaudi nella collana ET (luglio 2012).

Quest’estate, proprio in occasione della ricorrenza del centenario dalla nascita, ho riletto L’isola di Arturo. E ho riscoperto una storia epica immersa in una dimensione vaga, magica ‒ anche se questo termine è già abbastanza fuorviante ‒ eppure tenacemente attaccata alla realtà dei sentimenti, in cui un ragazzo si confronta con l’assenza e con la solitudine, e quindi cresce. E ho trovato anche la meraviglia di una scrittura ossequiosa e fiduciosa sempre e comunque nel potere salvifico della letteratura.

Elsa Morante lavorò a questo romanzo dal 1952 al 1956, mossa dall’intento di fuggire dalla miseria di riconoscersi adulta e sterile e dal desiderio stravagante (così lo definisce) di essere un ragazzo. Avendo vissuto in una condizione esistenziale di “incompletezza e solitudine”, Elsa Morante non trova altra via che quella di tornare attraverso il suo romanzo a una rimpianta gioventù spensierata, che con occhi di meraviglia guarda alla vita e all’avvenire. E dopo aver dato alle stampe il libro, e anche dopo aver ricevuto il Premio Strega, vuole continuare a parlare di Arturo, per indugiare ancora in sua compagnia, per non lasciarlo andare. Anche in questo senso il romanzo della Morante fu da lei inteso ed è da intendersi come “reale” e non fiabesco. E i personaggi come reali sue emanazioni (da qui la citazione di Saba in epigrafe al romanzo: “Io, se in lui, mi ricordo…”).

Epperò questo amore, che è ispirazione e fine ultimo dei personaggi, così come lo è della Morante nei confronti della scrittura e degli stessi suoi personaggi, tra ombre e luci la fa indugiare sulle ombre. Così, questo sentimento, che muove effettivamente tutta l’opera della scrittrice, non è mai felice e corrisposto.

Recuperando il lessico e il mondo morale del romanzo epico-cavalleresco, Elsa Morante declina in ogni sua opera la personale visione dell’amore come contesa, in cui gli attori non sono mai in una condizione di pari, ma c’è sempre chi insegue e chi è inseguito; chi serve e chi è servito; chi è vassallo e chi signore; chi ama e chi è amato.

Amore e morte non sono in antitesi. Così come il troppo amore, che è una colpa, diventa un alibi che porta a scegliere la via della solitudine, dell’esilio volontario. Cesare Garboli, amico e profondo conoscitore della Morante, definisce questa sua caratteristica la “legge della poesia di Penna: colui che ama se stesso è portatore di una diversità che lo sfigura”. E forse è così. Il salto dalla letteratura alla vita è presto fatto. Ma non è questo che importa e che deve importare.

Quello che resta a noi che leggiamo lontani dalla realtà della Morante è la forza di una storia e l’eleganza magica della sua scrittura, così pervasa dalla necessità di trovare le parole più adatte a descrivere il sentire dei personaggi; la caparbietà di una scrittrice talmente ossessionata da questa corrispondenza da compilare elenchi di parole e sinonimi (che sono stati ritrovati tra i suoi fogli sparsi): come se attraverso quest’esercizio linguistico sperimentasse e giungesse all’aderenza perfetta a ciò che voleva rappresentare.

Serve anche questo a capire una scrittrice come Elsa Morante, la sua fiducia cieca nei confronti della letteratura e il fatto di considerarla come luogo di rivelazione e di bellezza. E di riversare nella sua scrittura piena di grazia una personalissima concezione della Storia e nel contempo le sue inquietudini umane, troppo umane.

di Giuditta Busà

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